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Il quartiere dei sogni perduti, Harlem di Luca Leone

“Tutto era incominciato da lì e tutto lì ritornava”

— Harlem, Luca Leone

Tra i miei consigli di lettura trova un posto particolare il romanzo storico Harlem, di Luca Leone, a cui ho voluto dare un titolo di per sé adatto a un commento: il quartiere dei sogni perduti, Harlem.

“Perché ‘sogni perduti’?” Forse te lo stai chiedendo e la risposta è parte integrante della recensione.

Il sogno tratta di una componente simbolica carica di significati che l’inconscio vuole trasmettere ai momenti di veglia per comprendere ciò che accade, le scelte fatte e le emozioni annidate nei recessi dell’umano. Perduto perché in ogni personaggio ho percepito una perdita. Approcciandomi ai protagonisti, Pee Wee e Joe, ho notato attraverso la narrazione precisa e cruda dell’autore una sensazione di perdita continua. In questo caso ciò che risalta di più, soprattutto nella prima fase storica del romanzo (dal 1964 al 1968) è la perdita dell’ingenuità dell’infanzia e della prima adolescenza. Tale avvenimento presumo inerisca, per il periodo storico della narrazione, al tentativo di riprodurre la drammatica situazione della vita della maggior parte dei giovani di Harlem; questo elemento crea un pathos di continua aspettativa, timore e tensione. Subito dopo l’autore conferma come per la strada vi siano galoppini e frontman al soldo di un certo Boss, il quale tesse le fila della delinquenza e agli occhi di tutti risulta intoccabile.

Lui voleva alleati, non nemici: meglio avere un feudo nascosto piuttosto che ostentare potenza.

Non c’è posto in queste strade dissestate, nelle case sovraffollate e stantie di muffa e tra i coetanei per la spensieratezza. Bisogna crescere e soprattutto bisogna fare soldi. Dalla loro parte, Pee Wee e Joe hanno un talento per il basket; Pee Wee sarà il primo a venire presentato come frequentatore del Rucker Park, gestito da Holcombe, poi arriverà anche Joe, il quale entrerà a far parte del sistema di Boss.

Rucker vide che le lacrime rigavano le guance di Joe e il cuore gli si strinse. Il suono della palla che rimbalzava sull’asfalto riportò entrambi immediatamente al presente.

Nella prima parte della narrazione fa il suo ingresso il reverendo Williams, colui che rappresenta sia l’antagonista che il protettore e salvatore di coloro che non intendono seguire la ‘via della strada’. Williams sente personalmente le contraddizioni, vede gli scontri e le violenze che avvengono nel quartiere. Secondo il suo modo di agire, le sue azioni, i suoi pensieri e più in generale la sua vita, sono volte al bene per i più giovani, i quali sono facili prede della semplicità con cui si può cadere nel malaffare. Cerca di osteggiare la criminalità e la sua chiesa è un punto di riferimento per color che sono in cerca d’aiuto.

Il bene e la luce attraggono che vive sempre nel buio.

Oltre a Pee Wee Joe incontra Goat al Rucker Park. La storia personale di Goat l’ho trovata pregna del senso di disperazione, desolazione e paura che può cogliere chi vorrebbe cambiare ma non possiede la forza per farlo, fino all’ultimo.

Tornando ai protagonisti, la precarietà della vita di Pee Wee e Joe salta subito agli occhi e si trascina per decenni. Se da un canto sembrano inconsapevoli degli atti che stanno compiendo, dall’altro appaiono sicuri che la strada scelta sia l’unica percorribile. Il sentimento che li lega a Harlem è indefinibile, una sindrome che scava nel loro cuore e si fa spazio, combattendo persino il talento che possiedono.

Tornando al basket, non mi interessa vincere, mi interessa dare un’opportunità.

La trasformazione dei personaggi, pur seguendo i cambiamenti avvenuti nel corso della storia reale, riesce a sostenere il patto narrativo dall’inizio alla fine. Prima di tutto il romanzo è ben strutturato, non vi sono istanze narrative che rendono lenta o noiosa la lettura ed è visibile l’impegno, lo studio e la ricerca che soggiacciono alla storia. In seconda battuta il ritmo è incalzante e la tensione narrativa è presente nei momenti in cui Pee Wee e Joe in particolare devono compiere delle scelte o si trovano davanti a ostacoli insormontabili. infine la Parte Terza e Each one teach one lasciano spazio a una narrazione sobria, dettata da un ritmo in cui si nota il passaggio dalla prima maturità all’età adulta.

Mi prende a pugni sulla schiena e io invece vedo solo il cartellino con scritto Kleopatra.

Una corrispondenza presente nel quartiere di Harlem e nella vita dei suoi abitanti si può riassumere in una sola parola: poliedricità. Durante la lettura si parteggia per uno, poi si dovrà avere a che fare con l’altro. I punti di vista si scontrano, poi si eguagliano e passano all’improvviso a una gerarchia. Tali movimenti durante la lettura fanno riflettere sulla complessità di un quartiere urbano che ha risentito delle dinamiche socio-politiche ed economiche scontratesi con una cultura salda nei suoi principi, ma altrettanto conflittuale proprio per le diversità interne. La possibilità di coesistenza è resa critica dalla precarietà della quotidianità, dalla fragilità umana, dall’impossibilità di costruire una rete comunitaria solida su cui riflettersi, ma anche in cui agire. Da un quartiere che pare non dia prospettive di vita, ma solo un’esistenza votata alla sussistenza si ha l’impressione che esso sia attraversato da tre correnti: un continuo movimento teso verso l’azione cieca, una staticità che immobilizza il pensiero e aliena dal futuro e una riserva pulsante di energia inestinguibile per coloro che vogliono afferrarla e farla propria.

Sembra che al vita da queste parti vada in questo modo, ma ci sono tante altre vie per vivere bene, Joe.

Ho apprezzato la lucidità con cui l’autore è riuscito a integrare alla parte storica la narrazione di personaggi di fantasia e le modifiche cha ha apportato a certe vicende, come l’inserimento di Jack Molinas (trovi tutte le informazioni in merito nelle note del romanzo) e di Gary Davis (ti stupirà!).

Goat non diceva nulla, gli lasciava il tempo di cui aveva bisogno per ammortizzare i colpi della memoria. Passarono sotto al ponta e finalmente arrivarono al Rucker Park.

Il connubio tra narrazione ‘raccontata’ e ‘mostrata’ è equilibrato; farei un appunto solo sulla descrizione dei personaggi e prendo d’esempio il caso di Holcombe (pag. 80): nonostante si tratti di un modo conciso e puntale di dipingere la modalità con Holcombe si approccia alla vita, vederlo in forma narrata e non mostrata attraverso un’azione o una relazione con altri personaggi, ha reso necessaria l’evocazione del personaggio, a discapito dell’esperienza di un personaggio in quanto agente e portatore attivo di certi comportamenti, abitudini e valori. Il medesimo modo di descrivere l’ho ritrovato anche nel reverendo Williams e in Boss, mentre in Goat, Pee Wee e Joe è presente una narrazione che favorisce la partecipazione attiva dei personaggi. Presumo che la scelta possa essere dettata da una praticità maggiore nelle gestione del personaggi.

Consiglio ‘Harlem’ ai lettori che hanno voglia di approcciarsi a una storia di un discusso quartiere di New York per scoprire, tramite una prosa incisiva, avvenimenti e personaggi, reali e di fantasia, che insieme rendono omaggio alla storia del basket di strada. I sogni perduti possono essere ritrovati.

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Scheda Libro

  • Autore: Luca Leone
  • Titolo: Harlem. You write the rules
  • ISBN: 9788868614423
  • Casa Editrice: Infinito Edizioni
  • Collana: GrandAngolo
  • Genere: Romanzo storico
  • Pagine: 480
  • Prezzo: € 17,00 cartaceo, € 6,99
  • Pubblicazione: settembre 2020

— Ringrazio la casa editrice Infinito Edizioni e Luca Leone per avermi dato l’opportunità di leggere ‘Harlem’

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