La penna – Quarta parte

La penna

Quarta parte

Sfregò i palmi delle mani, poi le appoggiò al freddo metallo e spinse la sedia a rotelle sul sentiero lastricato in pietra. Ogni volta che il pensiero della follia lo sfiorava il cuore palpitava veloce e il collo iniziava a bruciare come se dovesse sputare fiamme e tramutarsi in un drago. Che genere di sciocchezze pensava la sua mente, quasi non fosse totalmente sotto il suo controllo bensì in preda a deliri privi di ogni logica. Il salice piangente comparve maestoso, coricato sul laghetto, le fronde suadenti impegnate a giocare con la superficie dell’acqua. Spinse con più forza e superò la lieve pendenza iniziale del ponticello in legno. Tirò la leva e il freno aderì alle ruote. Si appoggiò con le braccia conserte sul legno umido del corrimano e fece tre lunghi respiri. Non bastarono e continuò per cinque minuti buoni. Dato che il cuore seguitava nel palpitare senza rallentare iniziò a immaginare il suo luogo di pace, la pagoda azzurra in cui si rifugiava fin da piccolo, in cui trovava il suo amico immaginario Eolin. Quando aveva perso l’uso delle gambe Eolin era scomparso. Nonostante la nota di tristezza la pagoda era rimasto il rifugio per il suo cuore. Dopo un paio di minuti i battiti rallentarono, le palpebre smisero di tremare e la linea della bocca si distese. Si afflosciò lasciando posare il capo sul braccio sinistro e sospirò. Era riuscito a vincere l’attacco degli artigli veleniferi della follia. Si sentiva stanco, mortalmente stanco. La nota positiva della sua situazione, la capacità di controllare al minuto la quotidianità, era divenuta una prigione. Non accadeva nulla di diverso, di nuovo. Ogni giorno era uguale se non per i libri letti e studiati. La ricerca storica era il suo solo piacere, ma negli ultimi mesi, da quando aveva iniziato a lavorare al progetto su Costantinopoli, aveva notato come lui apprezzasse l’idea della storia, non le storie della storia. Che anche il suo ultimo baluardo di convinzione stesse per crollare com’erano stati distrutti gli altri dalla sua immobilità fisica? Una scarica di gelo percorse le gambe e lo fece ridestare dalla stasi. Che diamine! Aveva iniziato ad apprezzare il silenzio quando aveva capito quante parole inutili avesse sprecato negli anni precedenti. A meno che non ci fosse qualcuno in casa, parlava con se stesso ad alta voce solo in casi necessari. Gli squilli del telefono lo travolsero facendolo sussultare. Non si scomodò sapendo che non sarebbe arrivato in tempo per rispondere. Lasciò che smettesse di inquinare l’aria con il fastidioso frastuono. «Chi sarà?» chiese rivolto alle carpe che animavano il laghetto. La voce uscì roca e il sapore che gli lasciò in bocca era amaro, arrugginito dall’inutilizzo. Tolse il freno e si diresse al patio. Raggiunto il cellulare, gettato sul divano in sala, osservò il nome della persona che lo aveva disturbato. Le sopracciglia si incurvarono e il nervosismo si espanse in lui. Le mani tremavano, ma ebbe il coraggio di richiamare; non vi era alcuna necessità di ritardare ciò che doveva accadere.

«Finalmente Lorenzo. Pensavo fossi morto» lo salutò nonna Maria canzonandolo.

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