La penna – Seconda parte

La penna

Seconda parte

I rododendri osservavano Lorenzo ammantato dalle ombre pomeridiane delle tende di lino bianco, intento a leggere un saggio sulla Roma del ‘600. Il tocco delle mani del ragazzo era pregiato per i fiori intrisi di profumo, divenuti pista da ballo di allegre api e gongolanti bombi, disturbati raramente da fatali vespe. Il colore dei petali però, pareva aver perso tono con l’assenza delle cure del padrone di casa, una gioiosa dimora seppur ammantata di un tetro silenzio. Un brivido percorse le gambe di Lorenzo e lui sussultò innervosendosi. Posò la penna e il libro sul tavolo alla destra, poi si affaccendò nella cucina adiacente al salone. Superò i tavolini da caffè e appena le sue mani poterono artigliare il blister di antidolorifici, ingollò un paio di pillole bevendo a canna dalla bottiglia d’acqua. Riposò gli oggetti sull’isola in marmo e rimase a osservare la lancetta dei secondi dell’orologio da muro. Sospirò. A detta dei medici, e secondo l’ultima elettromiografia, le sue gambe avrebbero potuto riacquisire una minima sensibilità, ma non la capacità di movimento. Lorenzo era stufo del parere di chiunque, che fossero esperti, parenti o amici, i quali ancora provavano piacere nella sua compagnia e andavano a fargli visita una volta a settimana per le partite di D&D. Avrebbe potuto scrivere un libro con le parole d’affetto e di incoraggiamento rivoltegli in più di tre anni. Che spreco sarebbe stato. Lui preferiva di gran lunga la storia al dialogo con le persone, soprattutto provava vere sensazioni per lei, imparagonabili rispetto alle vibrazioni provenienti dalle gambe, divenute niente di più che un fastidioso impiccio. La storia era passata, alcune parti dimenticate e altre rivivificate, discutibile nella sua immutabilità, tangibile nei libri, nei documenti, nei manufatti, non di certo estremizzata da emozioni o sentimentalismi che non donavano alcun tipo di energia vivificatrice ai suoi arti molli e striminziti. Lorenzo tornò sul patio e lo sguardo si accinse alle piante, come a volerle abbracciare, poi le rigettò e il gesto si perse nella brezza ballerina. Il giardino gli ricordava Isabella e la notte in cui avevano fatto l’amore, nascosti tra foglie e fiori nonostante il caldo appena accennato del periodo primaverile. Se ben ricordava si era sposata con Guglielmo dopo qualche mese dal loro ultimo, e unico, incontro, poco prima di ciò che era accaduto.

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