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Estratti di “Alla fine, il silenzio” di Paola De Nisco

Estratti dal romanzo di Paola De Nisco, Alla fine, il silenzio edito S4M Edizioni. 

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«Dobbiamo far presto, non ci rimane molto tempo» disse Filippo al fratello entrando nell’ufficio della loro modesta compagnia di navigazione.

Filippo e suo fratello più piccolo, Francesco, l’avevano ereditata dal padre; commerciavano con i Paesi che si affacciano sull’Adriatico, ma a volte si spingevano fino in India e in Cina per acquistare sete e stoffe.

«Lo so – rispose Filippo – ho già organizzato tutto. Se non hanno problemi al porto possiamo già farli partire tra tre giorni.» Si riferiva a tutta la sua famiglia e a quella del fratello che dovevano scappare da Pola per riuscire a salvare la loro vita.

Eravamo quasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale e Filippo e Francesco erano stati degli “ustascia”, fascisti croati che si erano macchiati di molti crimini; avevano amministrato, nell’intervallo tra la due guerre, questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali. Durante la guerra esercitavano il loro potere tramite le deportazioni nei campi di concentramento e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi. Erano però, in particolar modo Filippo, il punto di riferimento per chi cercava lavoro, aveva bisogno di aiuto economico, di trovare una casa o di cercare una persona dispersa in guerra.

Filippo, nato alla fine dell’Ottocento, due anni prima del fratello, era un bell’uomo, ma soprattutto, era molto affettuoso con le sue due figlie, Isabella di 20 anni ed Eleonora di 17, che erano state il coronamento del suo grande amore per Giovanna, morta di parto quando nacque Eleonora. Abitavano insieme al fratello e alla sua famiglia, da quando era mancata Giovanna, in una grande villa a picco sul mare, dove i due fratelli erano nati e cresciuti.

Francesco, altro, robusto, con una barba nera, folta, era il più intelligente dei due; infatti era quello che aveva preso il posto del padre nella direzione della compagnia, ma era anche il più cattivo. Tutte le sparizioni di persone erano state ordinate da lui, così come i pestaggi. Filippo aveva partecipato, ma solo in qualche occasione meno crudele. Francesco era sposato con Maria, una donna severa con il fisico rovinato dalle gravidanze e con una grande capacità di gestione dei soldi. Da lei aveva avuto tre figli: Bruno, Nica e Leonardo rispettivamente di 18, 15 e 5 anni.

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«Quale peso metti sulle mie spalle – urlò Maria – e per quanto tempo? Per tutta la vita, in considerazione degli orrori che hai commesso e ora vuoi far pagare a me e ai tuoi figli le tue nefandezze? A me non frega niente di quello che pensa la gente – continuò – tu hai prima di tutto responsabilità verso la tua famiglia, lo vuoi capire?»

«Sei tu che non capisci – ribatté Francesco – ho fatto in modo che abbiate una vita agiata, senza problemi. Nessuno dovrà mai dire che un Camali fugge davanti alle proprie responsabilità, né familiari, né pubbliche. Io rimango e anche Filippo e tu dovrai prenderti cura di tutti i ragazzi. Questo è deciso» concluse categoricamente Francesco.

«Bene, ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me – rispose ironicamente Maria – non vedo l’ora di partire per non vederti mai più e spero che ti facciano soffrire quanto e più di quello che tu hai fatto patire agli altri» ribatté Maria spingendolo fuori dalla stanza.

Poco più tardi Filippo raggiunse suo fratello in biblioteca; sprofondò nella poltrona, esausto. Francesco gli offrì della grappa e gli chiese:

«A te com’è andata? A me malissimo, Maria si è infuriata come non mai.»

«Hanno pianto tutta la sera – rispose Filippo – che dolore al cuore.»

«Non vorrai cambiare idea?» sbraitò Francesco.

«No, non cambio idea, anche se fa molto male. Mi preoccupo soprattutto per Isabella che non va molto d’accordo con Maria» rispose Filippo.

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Quando tornò a casa passò molto tempo ad annusare tutto quello che Leon aveva lasciato su cui era rimasto il suo odore, a leggere le cose che lui ogni tanto le aveva scritto e a guardare quel quadro così bello in cui si poteva intravedere la passione che Leon aveva avuto per lei. Poi, sopraffatta dalla stanchezza e dal pianto, si addormentò.

Il mattino dopo si alzò con la sensazione di essere stata schiacciata da un treno in corsa, andò in cucina, ma l’odore del cibo le fece venire la sua prima nausea. Da quel momento cominciò a mangiare molto poco, quasi tutto le dava fastidio e la sue energie piano piano diminuivano. Natalie le annunciò che aveva preso un appuntamento dalla sua ginecologa per vedere se tutto andasse bene e per farsi prescrivere un ricostituente.

La visita dalla ginecologa rassicurò un po’ Isabella. Il bambino stava bene e cresceva regolarmente e la dottoressa le diede alcune medicine che dovevano aiutarla sia a mangiare che a recuperare energie.

Quella sera, finalmente, mentre ballava sul palco, vide Armando seduto a un tavolo.

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