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Un inizio in un giorno di festa

La sveglia suona presto in questo giorno di festa, mi alzo con il sorgere del sole e dopo pochi attimi, dopo i soliti riti del mattino, sono pronta per iniziare. Guardo che gli impasti siano soffici e ben lievitati; preriscaldo il forno che mi accoglie con la sua ventola. Preparo una trentina di palline e taglio la superficie con una Xcome se fossero tutte isole del tesoro, poi le dispongo in ordine su tre leccarde e le inforno. Una mezz’oretta e sarà pronto. Pulisco le mani sul grembiule azzurro come il bel cielo che mi ha accompagnata, apro il frigo, prendo il bricco del latte e ne verso un po’ in una tazza. Non credevo che avrei iniziato a usare il microonde, ma in assenza di una lancia per scaldare il latte, a cui ero abituata nel precedente appartamento, più lussuoso di questo e con più suppellettili, un microonde va più che bene. In realtà, lo uso solo per scaldare il latte al mattino. Apro l’anta in alto a sinistra della credenza e prendo il piatto su cui sono riposti i biscotti che ho preparato ieri per la colazione: cannella e zenzero con gocce di cioccolato fondente. I miei preferiti.

Mi siedo sul tavolo, le gambe penzoloni, ad osservare gli impasti che crescono sotto la luce avvolgente del forno. Ho impiegato qualche tempo ad imparare ad usarlo. L’appartamento era ammobiliato e ho cambiato solo il materasso; un matrimoniale con due materassi lo trovo insopportabile…mi ritrovavo sempre in mezzo e impigliata nelle coperte che si avvinghiavano alle gambe. Termino la mia colazione e ripenso agli anni precedenti; sono in una terra che non conosco ancora bene. Mi sono trasferita giusto un mese fa, ma il giorno di festa lo celebro anche se a pranzo non avrò i parenti, ma ci sarà l’anziana ottantenne Dora dell’appartamento dall’altra parte del cortile, il vicino di appartamento Pasternac sui trent’anni e Guglielmo, il padrone di casa nonché residente al pian terreno. Ho subito notato un fatto di questo caseggiato di campagna appena fuori dal paese: siamo tutte persone sole. E non voglio che i miei vicini, seppur dei totali sconosciuti, seppur soli, rimangano tra le loro quattro mura ad osservare il bel tempo in solitudine, accompagnati solo dal brusio fastidioso delle televisione. Non mi piace pensare alla distanza, non in questo periodo di cambiamento. Mi fa soffrire. E per questo giorno voglio abbattere ogni sorta di distanza, che sia un mattone, l’essere sconosciuti ad altri, la timidezza e la diffidenza.

Manca poco meno di un quarto d’ora alla cottura dei panini. Ripongo i biscotti in ordine, metto la tazza nel lavandino e inizio a prendere tre o quattro ciotole, il pinipimer, la pesa, il dosatore in cui verserò i bianchi d’uovo che monterò a neve e tutto l’occorrente per preparare una torta che è da molto che non cucino: latte, rum, lievito, farina, maizena, uova, panna, zucchero, miele, canditi di cedro e le immancabili gocce di cioccolato bianco. Prima di iniziare apro la finestra e sento il profumo del sugo di carne che arriva dal pian terreno, dalla cucina di Guglielmo; annuso un po’ meglio ed ecco il lauro del coniglio al civet dalla casa di Dora. Chissà cosa porterà Pasternac? Lui è un tipo tutto silenzio e disagio sociale; fa il ricercatore nell’università situata a una trentina di chilometri da qui. Ha detto che preparerà qualche piatto tipico della sua terra, il Portogallo.

Termino l’impasto per la torta ed ecco il timer che suona. Sforno i panini, verso in uno stampo l’impasto e lo metto in forno. Per lei dovrò aspettare un’oretta e avrò tutto il tempo di preparare gli antipasti. Finita la cottura taglierò il pan di spagna e ne farò tre cerchi, aspetterò che si freddino, intanto preparerò la crema e poi farcirò il tutto.

Sorrido a Uiny, il mio gattone nero dai baffi e il muso arancione. «Staremo qui un bel po’ mio caro batuffolone di pelo…staremo qui per un bel po’…e sarà meglio farci nuovi amici». Sento una voce che mi distrae e mi affacciò alla finestra. Dora mi sta chiamando «Elenor vieni da me per il caffè!». Le sorrido. «Va bene! Arrivo!». Uiny mi guarda interrogativo “ma come, mi lasci solo?”. Lo accarezzo, metto le scarpe ed esco, lasciando la porta aperta. Il casolare è il primo luogo in vita mia che sento sicuro e…pacifico. Attraverso il cortile e Dora mi attende sulla porta. La sua permanente è perfetta, è andata dalla parrucchiera ieri. Regge un vassoio che appoggia sul tavolino appena fuori dalla porta. «Godiamoci insieme questo bel sole». Faccio un segno affermativo con il capo e sorseggio il caffè.

“Sarà un bel pranzo” penso mentre osservo il cielo e guardo con la coda dell’occhio il sorriso quieto dell’anziana signora. Non ho mai visto una leggerezza tanto incantevole nell’espressione del volto di una persona.

 

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